Andavo bene a tutti, non a me [21.Oct.2008]
Ecco i miei 24 anni. Esternamente: giovane fisioterapista rampante in corsa per la carriera, divisa fra corsi di aggiornamento continui e insegnamento, consulenze private e trattamenti riabilitativi. Un passato scolastico brillante fino al “culmine” universitario con laurea di 110 su 110 e lode. Professionista inattaccabile, ottima collaboratrice e collega, sorridente e cordiale con tutti. Ragazza da sempre “multi-tasking”, dai vari talenti artistici e sportivi, un’ atleta dalla forma fisica “impeccabile”, non un grammo di ciccia o cellulite di troppo in tutto il corpo. Capelli e vestiti sempre in ordine e perfetti. A 23 anni coordinavo personalmente i lavori degli artigiani impegnati nella costruzione del mio futuro nido d’ amore con il mio storico ragazzo dei 17 anni: una villetta singola di fianco a casa dei miei genitori. Così che potessi essere al loro fianco in caso di difficoltà future. Fidanzata fedelissima e generosa, indipendente, forte e sempre pronta al sostegno, ascolto e aiuto in caso di crisi (lavorative, esistenziali o di qualunque natura) della dolce metà. Stimolo, sprono, motore, colonna portante della coppia. Figlia presente e particolarmente attaccata e dedita alla sorellina, più piccola di 12 anni. Mai artefice in passato di “ragazzate”, mai evidenti scontri con i genitori riguardo a scelte importanti quali la scuola o il futuro lavorativo. Figlia – fidanzata - professionista sempre presente e pronta all’ascolto e a trovare il giusto compromesso per non far soffrire gli altri, per mantenere la perfetta armonia senza scontentare nessuno in qualsiasi situazione e ambiente. Quadretto idillico, non sembra? Una wonder woman oserei dire, una vera e propria macchina, un robot, un fantasma, uno schifo. Vivevo due realtà, una fuori e una dentro. L’apparenza esterna non faceva una piega, ma dentro mi sentivo morire giorno dopo giorno, soffocata da una sensazione continua, subdola, erosiva di occasioni perse, buttate via e irrecuperabili; un disagio che si faceva sempre più prepotente, facendomi trascorrere notti inquiete e giornate pesanti, prive di luce e speranza. Ero schiava di quei ruoli che rivestivo, senza capire bene come quando e perché mi fossi ficcata in questa colossale prigione d’oro.Ma … Chi ero IO? Cosa volevo IO? Non mi ero mai preoccupata, fino a quel momento, di pormi tali domande, impegnata com’ero a barcamenarmi tra le esigenze di tutti e non le mie. Ma il pessimismo e l’insoddisfazione erano un fardello sempre più pesante da tollerare e velavano di nero ogni singolo momento che vivevo … E più cercavo di riflettere su me stessa e le scelte di vita effettuate, più trovavo incongruenze e scissioni: mi sentivo sprecata, di possedere capacità personali non sfruttate, di aver soffocato i miei più profondi desideri senza aver avuto mai il coraggio di prenderli in considerazione seriamente per poi seguirli. Quanti rimpianti, mio Dio. Pian piano andavo realizzando le caratteristiche del mio carattere, sì, ero dispersiva, fantasiosa e artistica, filosofeggiante e parlatrice, studiosa, scrittrice, solitaria, testarda, ingenua, idealista, multiculturale e multilingue, permalosa, analitica, fin troppo nel dover affrontare nuove esperienze … e poi e poi … andavo scoprendo tanti aspetti di me, in modo confusionario e vergognandomene pure, ma cominciavo a riconoscerli nella nebbia. Mi sentivo colpevole di essere così. Non avevo il coraggio di espormi e dichiarare in faccia a tutti i miei veri pensieri. Dov’era finito l’ERASMUS cui avrei tanto voluto partecipare? La mia occasione di venire a contatto con “il diverso”? Me l’ero fatta scappare sotto il naso perché avrei fatto soffrire questo e quello con la mia assenza. La casa che stavo costruendo e l’impegno preso con il ragazzo con cui stavo andando a vivere si stavano trasformando in una prigione. Vivevo dunque queste due realtà parallele: il dentro e il fuori di me. Come mi sentivo e come apparivo: le due cose non conciliavano. Svegliarsi ogni mattina sempre più consapevole di rispondere alle attese altrui e rivestire un ruolo di perfezione incollato addosso da qualcuno. Un incubo. Tutte etichette. Ero pietrificata all’idea di non essere sufficientemente riconoscente e di far così del male soprattutto a mio padre, non rispecchiandone il quadro che lui si era fatto di me. Un quadro ben definito. “Tu mi hai dato tanto, papà, io devo darti altrettanto o di più … facendo per te quello che tu desideri e ti aspetti da me”. Temevo che non seguendo i suoi desideri e non essendo sempre pronta e presente, lui avrebbe sofferto troppo. Era sempre così depresso, nervoso e assorto nei suoi pensieri. Non volevo certo dare dei tormenti in più! Altro aspetto che mi tormentava era lasciare mia sorella sola con i miei genitori, prima o poi. Avevo il terrore che passasse quello che avevo passato io. O peggio. Certo i miei genitori non avevano con lei più quella pazienza, dedizione, entusiasmo che li caratterizzava qualche anno prima, quando io ero piccola. Volevo essere un guscio per lei e mediare, tamponare ogni situazione di scontro con i miei genitori facendola sentire amata. Anche questo costituiva un vincolo, faticavo ad allontanarmi da lei. La situazione nel complesso mi portava ad avere un senso crescente di soffocamento, e mi sembrava di recitare la parte di un film, di non star vivendo in spontaneità. In questo modo, giorno dopo giorno, percorrevo ciecamente, con occhi bendati, un canale già scavato e precostituito. Per quanto riguarda la relazione con il mio ragazzo di allora, sentivo verso di lui una sorta di dovere di aiuto e crescita, insegnamento e sostegno. Mi sentivo investita del ruolo di guida, come una madre. Lui, infatti, era una persona che aveva sofferto molto in passato per problemi in famiglia. Lo vedevo così insicuro e bisognoso di ciò che non aveva mai avuto prima: ascolto e comprensione. Ero sempre presente, come una mamma, per lui, che veniva prima di qualsiasi mia esigenza. Mettevo sempre in secondo piano i miei desideri per andare incontro ai suoi. Lui non sopportava i miei amici perché lo mettevano in soggezione ed io mi allontanavo da loro per non farlo star male, non amava stare in compagnia e allora eravamo sempre noi due, noi due e basta … tutto ciò che lo faceva star male era un tabù, anche per me. I suoi desideri avevano la precedenza sui miei perché io ero già fortunata: ero forte e ottimista … precedenza ai più deboli. Così, lui si faceva strada con le sue esigenze ed io lo assecondavo. A lui bastava che io ci fossi, contenta o no, fare famiglia, figli e avere quelle sicurezze e stabilità che gli permettessero di vivere sereno senza troppe sorprese. Niente di strano in questo, a parte il fatto che io non provavo lo stesso desiderio, non condividevo questa voglia di vita comune con lui. Il pensiero mi turbava e inquietava. Perché non sentivo di condividere uguali progetti e stile di vita. Non eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Come due treni che corrono su binari paralleli nella stessa direzione, quando uno dei due dovrebbe andare in quella opposta. Non lo stimavo, volevo solo dargli una mano, eravamo troppo differenti. Ogni suo minimo gesto mi faceva imbestialire e chiedere: perché sto con lui? Avevo sempre evitato la risposta, temendo di far del male a entrambi portando sofferenza in caso di separazione. E procrastinavo, portavo tutto avanti, inconsapevole di come mi stavo riducendo. Ma facevo la felicità di lui, cui andavo bene in ogni modo, pur con i litigi e gli scontri quotidiani. Eravamo una coppia insana e squilibrata: io con il bisogno di dimostrare capacità di forza, inattaccabilità, sostegno, lui con mille timori e insicurezze, bisogno di protezione e guida. Il fatto è che nessuno è completamente invincibile o completamente indifeso. Chi non ha aspetti dove si sente meno sicuro e altri che invece si addicono più a lui? Lui dietro quell’aria di dolcezza e ipersensibilità portava avanti con una determinazione e costanza impressionanti la nostra relazione, noncurante del fatto che fossi io a sobbarcarmi e sovraccaricarmi di tutti gli oneri di una coppia. Io in realtà giorno dopo giorno cedevo di fronte a questa immagine di super donna. E c’era un sogno, un incubo ripetuto che agitava le notti di quando il mio io oramai non sapeva più come esprimersi e farsi sentire … mio figlio, il mio bambino, la cosa cui tenevo di più al mondo che cadeva dalle braccia del mio compagno … incapace di provvedere alla sopravvivenza di ciò che gli avevo affidato. Non vedevo il mio compagno capace di prendersi cura dei miei bisogni, ma solo come una minaccia alla mia incolumità e a quella di mio figlio. Il mio inconscio lo rifiutava manifestandosi in questo modo … Ero diventata come la mamma del mio ragazzo e una mamma non si può allontanare, staccare un attimo dal suo bimbo piccolo. Volevo solo farlo star bene, migliorarlo, valorizzarlo, ma io morivo sempre più. E rinunciavo a ogni progetto di Erasmus, che sognavo da tanto, ed esperienza che potesse staccarmi da lui. Non era amore ciò che mi tratteneva. Non c’era stima, ma una forte sensazione di dovere di aiuto. Come se io avessi potere e capacità di mostrargli il modo “migliore” di vivere, io che non sapevo nemmeno cosa io volessi veramente. La realtà era che stavo diventando sempre più insofferente verso i doveri nei confronti della famiglia e del partner, tutti così bisognosi di aiuto ai miei occhi ... Ero ridotta al punto di star scomparendo, non sapevo chi ero, cosa volevo, cosa fosse giusto o no per il mio bene, non sapevo cosa fosse il bene per me. Avevo solo un gran timore di agire in maniera irresponsabile e inconsulta. Non tenevo nemmeno in minima considerazione la possibilità di sperimentare e seguire i sogni, che sembrava tali dovessero rimanere, chiusi nel cassetto. Se avessi agito diversamente sarebbe venuto meno il palo portante della famiglia (così mi sentivo) e tutti sarebbero caduti nella depressione. Ma cominciavo a domandarmi cosa veramente mi desse sensazione di benessere, allegria, semplicità, libertà. Cosa fosse positivo per me, cosa mi venisse naturale e istintivo … e se fosse negativo o positivo in assoluto … e perché. Stavo riconoscendo e ammettendo di fronte a me stessa che ero fatta, per puro DNA, di danza, canto, viaggi, paesi e lingue straniere, musica, pittura, che ero una curiosa sperimentatrice di tutto. Mi piaceva leggere, scrivere, studiare, analizzare. Come l’avevo capito? Ripercorrendomi dai primi ricordi d’infanzia fino al giorno d’oggi. Ero sempre io, la piccola Chiara di un tempo: cocciuta, determinata, un po’ possessiva ma curiosa e stimolante, artistica e fragile. Cosa mi aveva “sviata” e “snaturalizzata”, tramite un processo lento, subdolo e inconsapevole? Perché non avevo mai pensato di intraprendere l’università di lettere e culture europee o psicologia o scienze della terra o medicina, che tanto mi appassionavano? Avevo paura di pensare a quali potessero essere i miei sogni e ancora di più di inseguirli … come se fosse qualcosa d’irrazionale, infantile, riservato ai sognatori inconcludenti, così mi era stato insegnato. Solo adesso ho capito che avere il coraggio di seguire il proprio destino non è avventatezza ma coraggio. E il poter dire “questo l’ho costruito io con le mie sole mani” è l’atto umano più vero che ci possa essere. L’ambiente intorno, così entrante, pressante, intollerante, esigente, aveva giocato un ruolo decisivo in questa sorta di “stato d’incoscienza” di me stessa … ed io non avevo saputo far sentire la mia voce. Le crisi delle scelte da intraprendere individualmente non le avevo mai vissute, perché era naturale delegare a mio padre, siccome così era sempre stato. Ma nemmeno avevo mai cercato di oppormi a tale situazione, che ormai era automatizzata e inconscia. Scelta importante e difficile? Ero sempre anticipata abbondantemente sui tempi, così non mi si poneva mai il problema della difficile decisione. In questo senso, sulle questioni importanti, non avevo mai discusso con i miei, ma li accondiscendevo perché era sempre stato così. Tante cose mi erano state imposte, più o meno esplicitamente e direttamente, da mio padre, che aveva una serie di aspettative e desideri su di me: che diventassi un’ottima sportiva, perfetta fisioterapista, madre di famiglia sposata con un uomo possibilmente acculturato, abbiente, senza malattie particolari. E che fossi vicino alla famiglia per poterla supportare e accudire nei momenti più difficili in un ipotetico futuro. In questo modo, in una condizione di terribile immaturità verso me stessa e verso i miei genitori (non avevo mai intrapreso scelte autonome, non ne ero in grado, non mi ero chiesta cosa desiderassi fare della mia vita, seguivo le decisioni dei miei genitori perché erano genitori e dovevo essere loro grata e devota), avveravo i sogni della mia famiglia. Penso i miei genitori abbiano agito per troppo amore e soprattutto ansia di evitarmi sofferenze e delusioni. Non è mia intenzione puntare il dito su di loro. Penso, infatti, che i rapporti si “costruiscano” in più persone, non da soli, che nascano da interazioni fra individui … Forse una mia ipersensibilità e insicurezza di base (e la tendenza ad ascoltare più pareri prima di scegliere), sommata al carattere forte, carismatico e pregnante di mio padre e un po’ uno stato di accondiscendenza di mia madre, hanno creato le premesse per il mio “mancato decollo”. La consapevolezza della fragilità e insicurezza di mia sorella. Forse un po’ l’interagire vicendevole di tutti questi elementi ... In questo modo, però, sono rimasta in uno stato di “infantilismo” e immaturità per lungo tempo. Ciò che mi è stato a cuore più di tutto, fino a che sono rimasta in tale condizione, era dimostrare a me stessa e agli altri che ero in grado di far tutto all’eccellenza. Volevo eccellere in ogni cosa. Provavo un tale senso di malessere e tristezza di fronte alle critiche di chiunque, un senso di annullamento se non ero apprezzata in ogni minimo dettaglio. Quindi prevenivo eventuali critiche comportandomi sempre nel miglior modo possibile con tutti, cercando di capire le loro esigenze e cosa si aspettavano da me. Mai impulsiva, sempre tutto molto calcolato e ragionato, a lungo, prima di agire. Sta di fatto che il mio “essere” diventava una chimera sempre più lontana ed io me ne stavo rendendo conto. Imprigionata in ruolo che non mi rispecchiava di perfetta mogliettina, madre, figlia, sempre generosa e altruista … mi stavo perdendo. Non sapevo chi ero. Mi sentivo soffocare … e scoppiare … come una bomba a orologeria. Ero in prigione, in catene, volevo libertà, libertà di espressione e di pensiero, ma ancora non me ne rendevo conto … ho avuto gravi disturbi alimentari per due anni. A questi sono seguite delle crisi depressive cicliche, sempre più frequenti e distruttive. Ero arrivata a pianti di giornate intere nascondendo tutto a chi mi stava vicino. Vivevo una scissione dentro-fuori, tra immagine esterna e sensazioni. La mia vita mi pareva una recita, una menzogna. Andavo bene a tutti, non a me. Regalavo soddisfazioni, donavo sorrisi togliendone a me. In realtà, pur stando male e sentendomi insoddisfatta, non conoscevo le mie esigenze e non avrei saputo cosa fare e chiedere di diverso da ciò che avevo. Solo dopo molte riflessioni ho cominciato a intuire che la risposta che avrei voluto dare alla domanda: “Cosa vuoi veramente?” Era: “Libertà di esprimere ciò che provo. Di mettere in pratica qualcosa che piaccia a me, pur strano possa sembrare”. Da qui, dall’“ammissione” delle mie esigenze, le cose sono “precipitate”, non riuscivo più a reggere la recita … il mio essere è esploso come una bomba … ribellione … sono corsa dallo psicologo, per avere qualcuno che sapesse di me, pronto ad ascoltare, senza giudicare, anche le verità più scomode e tristi. Con lui mi sarei permessa di fare ciò che con mio padre non osavo. E così ho fatto. Per la prima volta ho “svuotato il sacco”, esternando tutto ciò che era scomodo dire persino a me stessa, piangendo. Ero così confusa e bisognosa di uno specchio. Di qualcuno che mi dicesse: “Chiara, tu sei così, semplicemente, renditene conto, senza vergogne … ed esprimi te stessa, vivendo la tua vita”. E POI IL RISVEGLIO …Gli eventi che ne sono susseguiti, a cascata, in maniera convulsiva: un’esperienza amorosa importante con una persona che mi ha insegnato tanto, valori e punti di vista diversi dai miei. E qui ho vissuto forse per la prima volta il vero amore, la sofferenza, il confronto alla pari, lo scontro con un compagno che avesse il “coraggio” di “fronteggiarmi”. Non c’era più il dominio assoluto di uno sull’altra, ma l’insegnamento reciproco. E il trasloco a Londra e poi a Zurigo: l’adattamento, la solitudine, i costumi differenti. La mia visione della realtà più trasversale, con occhio estraneo e libero da etichette; la presa di coscienza che aspetti e caratteristiche di qualsiasi cosa sono diversamente interpretabili a seconda del paese e del luogo in cui si vive. A Londra in particolare ho vissuto grandi fatiche e ho provato sulla mia pelle la sensazione di nullità, in una megalopoli dove la ruota economica non smette mai di girare e macinare … e di estraneità a un paese, l’essere straniera ed extracomunitaria. Ma con quella sensazione di libertà, indipendenza, responsabilità totale e completa. Sono cresciuta. E poi l’amore, quello che fa per me e che mi fa sentire serena. Condivido la vita con un ragazzo che stimo e accetto nei diversi aspetti, alcuni mi urtano, altri no. Ma tollero. Insegno e contemporaneamente imparo da lui. Ho imparato ad accettare me stessa e gli altri. Sul mio ex ragazzo avevo controllo e manipolazione, prepotenza. Imparando a conoscere e accettare me, ho imparato anche a relazionarmi meglio con gli altri.E grazie all’esperienza estera, ho potuto osservare che ci sono più fattori che influenzano l’individuo: genitori, famiglia, più per esteso società e nazione, tutti interagenti. Conoscendo persone provenienti da paesi tanto diversi dal mio e rielaborando la mia relazione con il compagno del Senegal, ho capito quanto sia tipico dell’Occidente ricco e capitalista la realizzazione personale tramite il riconoscimento lavorativo, il successo, i risultati, l’apparire. E quanto sia più orientale la religiosità fortissima, la spiritualità, la rassegnazione, la sopportazione, la pazienza, l’accettazione fatalista del destino, la non progettazione del futuro. E così via … tanto dipende da dove si nasce e si cresce, ma non totalmente … più si conosce e si entra a contatto con il diverso, più la visione e interpretazione degli eventi diventa “sopra le parti” e dipendente solo da se stessi. La chiave della felicità, secondo il mio punto di vista, è ascoltare se stessi, cosa dà piacere o no, cosa ci fa stare bene, ci rende sereni, felici, cosa ci carica e rilassa, cosa ci fa sorridere di gioia … e lo si segue, lo si fa, ci si prova … niente di più facile. Agendo con spontaneità, con coraggio, facendo scorrere addosso come acqua fresca eventuali critiche e polemiche di chi non è dentro la nostra testa e non sa e capisce quello che proviamo e viviamo, affrontando lo sconosciuto e l’ignoto. Così si conosce se stessi, buttandosi e sperimentandosi. Cadendo e rialzandosi, tra errori e tentativi. Per me è come se ognuno di noi fosse una chiave e venisse forgiato alla nascita con una determinata forma e dovesse andare a cercare, attraverso vari esperimenti, la serratura adatta e poi infilarla. Ma per fare questo prima bisogna capire la propria forma, poi intraprendere la ricerca della serratura. Se se ne infila una sbagliata, niente, fa parte del gioco, non bisogna vergognarsene, si cambia, si prova altro e via. Si capisce che è quella sbagliata quando si prova disagio, frustrazione, soffocamento. Quella giusta dà senso di appagamento. E bisogna essere caparbi nella ricerca, non mollare mai e non perdersi d’animo e capire che gli ostacoli vanno superati, non evitati tornando indietro e chiudendosi in un guscio di timore, monotonia, apparente sicurezza. Il proverbio chi non risica non rosica è proprio vero. Chi non esperimenta e non prova buttandosi, non scopre. Dobbiamo essere noi ad andare incontro alla vita e alla nostra natura. Riconoscerla e accoglierla a braccia aperte, senza vergogne e paure di giudizi. Non esiste un giusto o sbagliato in assoluto, a meno che non si vada contro il rispetto della natura umana (omicidio, furto, limitazione della libertà altrui). E dobbiamo capire che ognuno ha una natura diversa che va rispettata, tutti sono da tollerare. Poi sta a noi decidere se e perché dobbiamo unirci per periodi più o meno lunghi con una persona in particolare. Anche qui vige la regola della serratura! E della nostra bravura a fare manutenzione dei ferri vecchi!!!  Non vorrei mai che il mio discorso passasse per un’esortazione all’individualismo sfrenato, della serie: facciamo quello che ci pare senza guardare in faccia a nessuno. E’ solo un invito ad ascoltare il proprio essere più profondo e intimo che si fa sentire tutti i giorni, tramite un senso di disagio o soddisfazione. Poi le sensazioni di noia, paura, ansia, frustrazione, svogliatezza capitano a tutti e fanno parte della vita e di questo tutti ne siamo consapevoli. Ma non c’è niente che possa ripagare il senso di pienezza, vita, aria, che proviamo essendo consapevoli di aver seguito le nostre attitudini e la nostra natura (che continuamente ci manda segnali di fumo)… così, spontaneamente senza paura né vergogna, con costanza, perseveranza, determinazione, coraggio, positività … E’ chiaro che io mi riferisco a quella che è la mia esperienza personale, senza figli e/o matrimoni (per un pelo). Quindi molto più “leggera” di altre, immagino … e di più facile risoluzione. Comunque credo che la consapevolezza e l’accettazione della propria persona sia una condizione cui tutti possono aspirare, cui tutti hanno diritto. E’ che bisogna prima di tutto rendersi conto di come si è fatti, cosa ci appassiona, cosa ci motiva. E che, come ogni essere umano con le proprie caratteristiche, ognuno di noi ha della diversità che lo differenziano dagli altri, che possono andare ad arricchire l’ambiente circostante. Ognuno di noi ha tanti tesori nascosti … e pertanto ogni uomo ha sempre diritto e non solo, dovere a far sentire la propria voce e la propria opinione in ogni circostanza. Anche i propri dubbi, le perplessità, sono da esternare. Che c’è di male a domandare? Che ci si trovi dal Dottore, dall’Avvocato, dai parenti del compagno, davanti ai propri parenti, ad un colloquio di lavoro, … sempre … La migliore arma, per me, è la sincerità, con se stessi e con gli altri. E la naturalezza. Perché le bugie hanno davvero le gambe corte e se mentiamo a noi stessi nascondendoci, i nodi vengono al pettine sotto forma di malessere. Solo io so come mi sento e come mi sono sentita dentro in passato; mi sono violentata, non lo farò più, perché sono arrivata ad accettarmi e amarmi. Solo in questo modo penso potrò essere di aiuto a chi mi circonda, essendo me stessa, essendo felice, serena, appagata. Così trasmetterò entusiasmo e serenità agli altri, sarò aperta al nuovo e al diverso, sarò tollerante perché ho realizzato che in fondo assomiglio alla mia vicina di banco Araba, alla Brasiliana che vende vestiti, alla prof Giapponese. Perché tutte cerchiamo di star bene e di far star bene coloro cui teniamo. E porterò gioia e altruismo in casa ai miei eventuali futuri figli, al mio compagno, ai miei genitori, fratelli, sorelle, parenti, amici, colleghi, conoscenti e sconosciuti. Perché con tutti ho e avrò un dialogo alla pari senza timori e rimpianti.SONO FELICE
La forza di essere se stessi [21.Oct.2008]
Oggi è proprio un giorno nuovo! Ieri, dopo aver parlato con lei, ho fatto quello che era giusto fare: ho lasciato Mario .Le mie parole sono state poche e decise, ed ho puntualizzato che questa mia decisione è senza ritorno. E che questo lo faccio in primis per me, ma anche per tutti noi... Che non ho intenzione di ingaggiare lotte o discussioni come nel nostro passato, e che al più presto andrò via di casa con i bambini senza chiedergli nulla. Com'è vero che quando le cose  vengono " dalla pancia " , gli altri lo sentono e non " combattono " per portarti nella loro direzione.Questa cosa l'ho sperimentata anche coi figli, con i quali è inutile sbraitare, ma serve solo una forza pacata a realizzare ciò che è giusto.Per la prima volta mi complimento davvero con me stessa, perchè essere coerenti con se stessi e non lasciarsi andare a tentazioni fuorvianti è difficile, ma doveroso, se vogliamo dire di essere diventati " grandi ".Forse bisogna accettare le cose per quello che sono davvero e " lasciar andare "...allora arriverà ciò che è meglio per ognuno di noi.Nell'andare  a letto,  ho dormito il " sonno del giusto ": ho ringraziato Dio per la forza che mi dà ogni giorno per andare avanti a capire cosa è bene e a farlo sempre meglio.Ora inizia una nuova strada ,la Mia Strada, dove sarò io a guidare, avendo sempre accanto a me Colui a cui dobbiamo il respiro che c'è in noi...Grazie DottoreA presto G.
Faccio quello che piace ad altri e non a me... Il virus dell\'insicurezza [21.Oct.2008]
Buona sera,sono una mamma di 3 splendidi maschietti .Io faccio sempre cose contro volontà pur di non sentirmi criticare sia come madre che come moglie: l'anno scorso , purtroppo sono crollata nella depressione .Ora va molto meglio ma mi chiedo: ma perchè sono così cretina da farmi male per adeguarmi ad una persona , mia suocera , che alla fine non è neanche mia parente ?Eppure prima di portare i bimbi da lei li vesto come piace a lei e non a me,dico cose che fanno piacere a lei e non a me... e così via.Continuo a farmi male.Ne parlo anche con il marito ma mi risponde sempre la stessa cosa : quando sei con lei fa come dice lei,quando sei sola fai come ti pare.Ma secondo lui va tutto bene, e che io , essendo casalinga ho tanto tempo per pensare e per fare lavorare la mia fantasia.Sarà , ma io sinceramente a 30 anni mi aspettavo di avere un marito piu' capace di capire ,invece.....E così invece di reagire,di tirare fuori il carattere,anch'io di fronte a tutto questo continuo a fingere che vada tutto bene…..T.
Abbassare il volume della voce degli altri perché io possa sentire la mia [21.Oct.2008]
Volevo completare le riflessioni che ho fatto con lei nel nostro incontro. Sono pronta ad accogliere i miei desideri, analizzare le mie caratteristiche per sentire come realmente sono, a compiere un viaggio alla scoperta delle mie risorse, di cosa mi fa bene e cosa è importante per me. Quello che mi impegno a fare è di abbassare il volume della voce degli altri, perché io possa sentire la mia. In molte situazioni non mi arrivava la mia voce, non riuscivo a distinguere che cosa pensavo, sentivo e credevo io da ciò che gli altri si aspettavano che io pensassi, sentissi e credessi . Fuori casa ho sempre avuto la tendenza a sopravvalutare le richieste dell’ambiente nei miei confronti. Se mi trovavo in situazioni dove in un gruppo ognuno poteva esprimere il proprio parere, anche se avrei voluto dire alcune semplici cose non lo facevo mai, mi martellava nella testa il pensiero che tutto quello che provavo e pensavo era scontato o banale . Come le raccontavo, se dal parrucchiere ,ad esempio, mi chiedevano “Va bene l’acqua signora? “ , naturalmente andava sempre bene anche se talvolta scottava troppo o era quasi fredda. In un negozio ,se arrivata alla cassa scoprivo che quello che avevo scelto costava troppo , ovviamente lo acquistavo e poi per tutto il resto della giornata mi davo della stupida perché l’avevo fatto. Al cinema , cercavo di non agitarmi troppo con la testa di qua e di là altrimenti potevo disturbare quello dietro… e i braccioli della poltrona sempre occupati dai gomiti di un altro. Cosa è cambiato? Sicuramente il periodo di crisi e delusione legato al mio matrimonio mi ha risvegliato. Avevo bisogno di scoprire la mia identità , quanto più mi è chiaro chi sono e che cosa voglio, che cosa posso fare, tanto più risulteranno produttive le relazioni con altre persone.Ora, prendo del tempo per me, mi analizzo, mi sento e godo di questi momenti; sto scoprendo che tutto sommato non sono un grande spettacolo ma neanche una persona scontata e banale e quindi va bene così. Ora ascolto la mia voce e quelle sensazioni che mi segnalano com’è la modalità di vita che è conforme a me, considero quello che penso e provo, lo esterno con semplicità senza l’idea di “creare disturbo” o di risultare inadeguata. Imparo a camminare piano, guardandomi intorno e godendo il panorama. Mentre sto scrivendo sta per iniziare “ Here come the sun “ dei Beatles.. è proprio vero.. Qui viene il sole. Un abbraccio D.
L’amore vissuto come annullamento di sé  e la voglia di ritrovarsi [21.Oct.2008]
Sento forte il desiderio di rinascere a nuova vita. Sento che qualcosa mi chiama fuori dalle paure e dai miei condizionamenti, come un forte desiderio di cambiare chiave di lettura della mia vita e di agire di conseguenza nel lavoro, per i figli e per la mia vita più profonda . Sento il Signore vicino: anche se ancora devo tanto crescere nella fiducia in Lui e non so dove mi porterà, lo avverto vicino.Voglio rimettermi in gioco , ma spesso mi blocco al pensiero di propormi in ambienti come quelli che ritengo frequentati da persone più forti di me.        Sto cominciando da poco, qualche mese, a espormi un po’ di più Prima cercavo di non contraddire mai e non mi assumevo le mie responsabilità, non mi mettevo in gioco per paura di sbagliare e avere ripercussioni.Con gli uomini? Molte volte, quando mi approccio a un uomo penso di dover investire un sacco di energie per farmi accettare; sento di dover essere efficiente, sorridente, ben truccata e mi attendo sempre un rifiuto. Se scrivo una mail mi aspetto che non abbia alcun interesse a rispondermi, temo sempre di essere inopportuna o di essere travisata anche quando le mie intenzioni non sono di interesse di coppia, ho paura di essere sconveniente, di disturbare e di non meritarmi il suo tempo o la sua attenzione . Se non mi risponde, o mi sembra freddo nel farlo, sento di essere di peso, di non valere niente ai suoi occhi e penso che le cose che ho scritto siano cretinate, o inopportune o siano state travisate.       Sono convinta di non essere per nulla amabile e in un rapporto d’amore mi sento sempre inferiore, come se tra i due ci dovessi rimettere sempre io, fossi io la candidata a soffrire.        Penso che un uomo prima o poi mi lascerà perché ho più interesse io a stare con lui che lui con me.Ricordo con mio marito un baratro totale: il ricatto che implicitamente subìvo quando dovevo accettare che lui avesse atteggiamenti eloquenti con altre perché, altrimenti, si sarebbe sentito troppo legato e allora sì che l’avrei perso (così mi diceva); le pretese di efficienza in casa anche quando stavo male, la mancanza totale di affettuosità e tanto, tanto altro. Gli ho messo addosso per anni dei panni che non erano i suoi, quelli che io desideravo vedere in lui, perché non lo volevo perdere.Ho accettato tante cose da lui che non mi corrispondevano (distacco dalla famiglia d’origine, convivenza, comportamenti poco onesti, mio annullamento nel vestire in virtù del suo preferire l’abbigliamento sportivo, annullamento anche della maggior parte dei miei desideri al punto che quasi non sorgevano più in me…) . Ho da poco capito che non era l’uomo con cui avrei voluto costruire, ma che ho voluto credere che lo fosse per non perderlo convinta di non poter avere nessun altro, di non potercela fare da sola e per un bisogno enorme di affetto da un uomo e di protezione. Se ripenso alla mia infanzia e al rapporto con mio padre devo riconoscere che sono cresciuta incarnando il messaggio:-        non ce la fai da sola, -  non sei capace,-        non sei degnaE’ questa una zavorra pesante da lasciare andare.Sento forte il bisogno di uscire fuori da questi schemi ma ancora non riesco.Mi sono riproposta di percorrere questa strada di libertà e consapevolezza e capire dove mi porta; resto in attesa…e spero in Lui, nonostante tutta la mia paura. Il mio messaggio “ A tutte le donne che ascoltano o leggono queste righe : non chiudete mai le ali anche quando sembrano spezzate, non soffocate mai quella voce che flebile si divincola dentro di voi chiamandovi alla speranza, non cedete mai troppo al mostro della paura perché non vi divori. La luce, anche se lontana, esiste: se accetteremo che pervada anche i nostri lati oscuri si apriranno altri orizzonti.” A.

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